Gerocarne_Vv_scorcioVibo Valentia, 13 aprile 2011 - Tre persone sono state arrestate dagli agenti della Squadra mobile di Catanzaro a diciotto anni dall'uccisione di Placido Scaramozzino, avvenuto il 28 settembre del 1993 a Gerocarne (nella foto), nel Vibonese. I particolari ssono stati resi noti nel corso di una conferenza negli uffici della procura catanzarese. Fermato per la strada, estratto con la forza dall'auto, tramortito con il calcio di una pistola, legato e trascinato lungo un sentiero nella boscaglia, poi, giunto nel posto predestinato ad essere una tomba, messo a testa in giù, interrogato sui suoi rapporti con il clan rivale, e infine denudato, adagiato in una buca, preso a colpi di zappa sul petto e sul capo, e sotterrato vivo. E’ questo l'atroce destino che è toccato a Placido Scaramozzino. Un destino ricostruito in un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo calabrese che, grazie alle indagini svolte dalla Squadra mobile di Catanzaro, ha ottenuto dal giudice per le indagini preliminari distrettuale un provvedimento di custodia in carcere a carico di tre dei presunti assassini di Scaramozzino, Antonio Altamura, 65 anni, di Gerocarne, ritenuto a capo del clan Loielo, ovvero “cosca dell'Ariola”, Antonio Gallace, 46 anni, di Gerocarne, Vincenzo Taverniti, alias “Cenzo D'Ariola”, 52 anni, di Stilo, unico a trovarsi ancora in liberta'. La vittima fu eliminata nell'ambito della sanguinosa faida tra i Loielo ed i Maiolo per il controllo del territorio nelle Serre vibonesi, scoppiata dopo il tentato omicidio di Vincenzo Loielo, che negli anni ‘90 portò  ad oltre dieci omicidi, con lo sterminio quasi totale dei Maiolo e la fuga all'estero dei pochi superstiti di quest'ultimo gruppo criminale. E' cosi' che la guida della criminalità locale sarebbe rimasta in mano ad Antonio Altamura, peraltro responsabile della zona già  da tempo, come e' stato provato anche dalla recente indagine antimafia denominata “Cimine”, che ha portato all'arresto di oltre trecento presunti affiliati della 'ndrangheta calabrese, e da cui e' emerso che Altamura, tuttora detenuto per quell'inchiesta, è stato legittimato nel suo ruolo ricevendo la "Santa" dal Locale di Reggio Calabria gestito da Oppedisano. “La qual cosa, peraltro, conferma ampiamente lo stabile rapporto di dipendenza dei sodalizi del Vibonese da Reggio Calabria”, è stato evidenziato questa mattina, nell'ambito della conferenza stampa tenutasi presso la Dda di Catanzaro alla presenza del procuratore Vincenzo Antonio Lombardo, dell'aggiunto Giuseppe Borrelli, del capo della Mobile, Rodolfo Ruperti, e del suo vice, Angelo Paduano. Gli inquirenti hanno spiegato come si sia giunti a far luce sull'atroce delitto Scaramozzino dopo diciotto anni dalla scomparsa dell'uomo per lupara bianca, grazie all'input dato alle indagini circa un anno fa dalle dichiarazioni dei due pentiti Enzo Taverniti, minorenne all'epoca dei fatti, e Francesco Loielo. Quest'ultimo ha fornito ai poliziotti precise indicazioni circa il luogo dove Scaramozzino fu sepolto, in località “Napoletano”, ma i resti della vittima non sono stati rinvenuti perche' nel corso degli anni nella zona sono sorte diverse costruzioni. Il clan di appartenenza dei due collaboratori, che fu colpito duramente con l'uccisione, tra gli altri, di due cugini di Francesco Loielo ammazzati nel 2002, e' stato storicamente dedito ai sequestri di persona, tant'e' che i fratelli di quest'ultimo si trovano tutti detenuti per condanne passate in giudicato avute proprio per quella tipologia di reati, come del resto anche Antonio Gallace, odierno indagato, detenuto per lo stesso motivo. L'unico che non ha ancora precedenti a suo carico è proprio Antonio Altamura, del quale gli investigatori hanno sottolineato invece l'alta caratura criminale. Le indagini che oggi hanno portato al provvedimento contro i tre presunti killer di Scaramozzino, per i quali resistono alla prescrizione le accuse di omicidio e occultamento di cadavere aggravati dalle modalità mafiose, sono un ramo di una più vasta attività che ha preso il via nella zona che va dalle Serre vibonesi al Tirreno, rimasta fino ad oggi per così dire “inesplorata”, che procederà per singoli fatti omicidiari, e nell'ambito della quale è stato anche possibile rinvenire i resti del cadavere di Antonio Maiolo, presunto vertice dell'omonimo clan, sepolti in un bosco di Gerocarne dove i suo assassini tentatorono di far sparire il corpo usando l'acido di batterie d'auto.