Garofalo_LeaMilano, 20 settembre 2011 - "Ho passato un anno con mio padre e i suoi fratelli, pur sapendo che avevano fatto sparire mia madre. Ho fatto finta di niente, lavorato nella loro pizzeria, mangiato con loro, ho giocato coi loro bambini". La sua voce arriva al pubblico presente in aula - tanti ragazzi di associazioni antimafia - forte e chiara, nonostante il paravento che ne copre il volto per ragioni di sicurezza. A parlare è Denise, 19 anni, figlia di Lea Garofalo (nella foto), la collaboratrice di giustizia sequestrata a Milano e poi sciolta in 50 chili di acido dall'ex compagno, un affiliato alla 'ndrangheta, Carlo Cosco, per punirla di avere svelato ai magistrati le faide interne tra la sua famiglia e un'altra. Nella gabbia riservata agli imputati c'è anche il padre di Denise, accusato insieme a 5 persone di sequestro, omicidio e distruzione di cadavere, senza l'aggravante della finalità mafiosa. Al pm Marcello Tatangelo che le chiede perché continuò a stare con gli assassini di sua madre, la ragazza risponde con una domanda: "Dovevo fare la sua stessa fine?". Senza emozioni percepibili, racconta i sette anni trascorsi con la mamma, dal 2002 al 2009, quando la donna e la figlia erano sotto programma di protezione, per arrivare al 24 novembre di due anni fa, il giorno del sequestro. "Siamo state in tante citta' e tanti hotel - ricorda Denise - era difficile ricominciare sempre daccapo, con la scuola e lo sport. Qualche volta litigavamo, com'è normale, ma tra noi c'era un legame stretto: era non solo una madre, ma anche un'amica. Dormivamo nello stesso letto, lei col coltello sotto al cuscino perché aveva paura, andavamo insieme ai concerti, avevamo le stesse passioni, ci scambiavamo i vestiti, era il mio punto di riferimento". A un certo punto, Lea Garofalo rinuncia al programma di protezione perché, spiega Denise, "si sente lasciata sola dalle istituzioni, pensa che non serva più a niente" e, dopo trasferimenti, riavvicinamenti e violenti litigi, nel novembre 2009 decide di tornare in Calabria, ma prima vuole rivedere il padre di sua figlia, a Milano. A pesare su questa scelta, ipotizza Denise, "nonostante io non volessi perché la mia mentalità non è quella del mio paese", anche la voglia di tornare a una vita più vicina alla normalità: "A mia madre pesava non poter lavorare, diceva sempre che è il lavoro a dare la dignità, e, a differenza mia, non si è mai inserita socialmente nelle citta' in cui andavamo". Denise ricostruisce, infine, quel 29 novembre, quando il padre, che la lasciò dai fratelli per trascorrere qualche ora con la ex compagna, andò a riprenderla in auto senza la mamma. "Disse che avevano litigato, che lei aveva chiesto dei soldi, cambio' versioni. Con lui la cercai fino a notte, andai dai carabinieri per denunciare la scomparsa ma mi spiegarono che dovevo aspettare 48 ore, poi andai a dormire, non c'era piu' niente da fare". La consapevolezza di Denise, che oggi è sotto programma di protezione, emerge quando il pm le chiede perché mandò tanti sms sul cellulare della mamma che era spento: "Mi volevo auto - convincere che non l'avevano fatta sparire, anche se sapevo che non c'era più niente da fare". (Agi)

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