Fittante Costantino1Lamezia Terme, 24 aprile 2017 - Nella Giornata mondiale Unesco del Libro, l’Istat offre una fotografia implacabile della situazione calabrese. In Calabria si legge poco e la regione si colloca al 18° posto, terz’ultima, nella graduatoria delle regioni.

Risulta che nel 2016 il 69 per cento della popolazione, dai sei anni in su, non ha aperto un libro. Un dato che rimane stabile dal 2011. Eppure sono diverse le iniziative e le attività che si sono realizzate sul territorio e che avrebbero dovuto mutare, in positivo, questo dato. Festival e rassegne, premi letterari, Maggio dei libri e via segnalando. Iniziative, lautamente sostenuti da contributi pubblici (della Regioni con fondi propri e Por, Comuni, ecc.), evidentemente non hanno prodotto i frutti sperati. Evidentemente non sono serviti a stimolare l’acquisto e a promuovere la lettura di libri. A proposito di acquisto, poi, sempre l’Istat segnala che la Calabria, nella graduatoria regionale relativa al possesso di libri da parte delle famiglie, si colloca all’ultimo posto in Italia. Dati che stranamente sono in contrasto con quanto reso noto qualche settimana fa dal Cepell il quale, operando d’intesa con l’Associazione dei Comuni Italiani (Anci), ha insignito dell’appellativo di “Città che legge” diversi Comuni della Calabria compresa Lamezia. Un appellativo determinato da requisiti alquanto discutibili. L’esistenza di una biblioteca, di un Sistema bibliotecario (soggetto promosso dalla Regione e gestito da suo personale), lo svolgimento di un festival, di per se possono non significare nulla. Infatti gli effetti andrebbero valutati avendo i dati su quanti frequentano le biblioteche, prendono in prestito i libri o si fermano per leggerli, che pubblico hannoi festival e le rassegne, presenti gli autori e, soprattutto, quale è l’incremento annuo relativo all’acquisto di libri. C’è una esperienza che in questo quadro non va sottovalutata e che probabilmente incide positivamente sul mantenimento dell’indice percentuale di che legge. E’l’attività di promozione della lettura che direttamente svolgono le librerie, con mezzi finanziari propri. In Calabria c’è da fare una rigorosa riflessione sui “programmi culturali” degli enti locali a cominciare dalla Regione. Questo ente, che elargisce soldi a piene mani a favore di soggetti per le più svariate iniziative che passano sotto il titolo di “promozione culturale”, non ha una linea e una politica culturale. Il presidente Oliverio, dopo l’esplosione della polemica in merito all’assegnazione di contributi  per l’anno 2016,con la coda dei contenziosi giudiziari, aveva annunciato che entro ottobre scorso avrebbe reso noto il programma culturale regionale. Fino ad oggi non si è visto nulla. Ed anche per 2017, forse (perché sembra che non si può più contare sui fondi del Por Calabria) si continuerà con la Regione-Bancomat: soldi per tutto e per niente. Così non si può continuare. La Calabria muore non solo per l’invecchiamento della sua popolazione, per la drastica diminuzione delle nascite, per l’esodo dei suoi giovani laureati e diplomati ( in media 3000 all’anno ), per l’abbandono e il degrado del suo territorio collinare e montano, per l’insufficiente rete infrastrutturale per la mobilità, per il mancato sviluppo economico-produttivo, ma anche per l’assenza di una rete di strutture culturali e per l’assenza di politiche di settore moderne. Il poeta Pablo Neruda ha scritto che “Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso”. Bisogna fare in modo, con politiche adeguate e senza sprecare le scarse risorse finanziarie disponibili, che chi lo desideri possa leggere e trovare “grazia in se stesso”, realizzando servizi e sostenendo seri programmi di promozione culturale.