Domenica, 28 Giugno 2026

 

Pentiti_di_spalle_archivioReggio Calabria, 16 aprile 2011 - La madre e la sorella di una collaboratrice di giustizia sono state arrestate dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e dai loro colleghi di Milano, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere del Gip della città calabrese che ha accolto la richiesta della locale Dda. I provvedimenti sono stati notificati ad Angela Ferraro e Marina Pesce, rispettivamente madre e sorella di Giuseppina Pesce. Le accuse a carico di madre e figlia sono di avere preso parte alla ‘ndrangheta, in particolare alla cosca Pesce, operante in Rosarno, zone limitrofe ed a Milano, ed a sua volta inserita nel territorio compreso nella fascia tirrenica della provincia reggina. Detta organizzazione, attraverso la forza intimidatrice tipica dei sodalizi mafiosi, controllerebbe le attivita' economiche, attraverso la gestione di settori imprenditoriali e commerciali. Le due donne sono, altresì, accusate del reato di estorsione e di intestazioni fittizie di beni. Il provvedimento coercitivo trae fondamento, prevalentemente, dalle dichiarazioni accusatorie rese ai magistrati della Dda di reggina di Giuseppina Pesce, il cui contributo è stato definito dal Gip "granitico riscontro e naturale completamento del compendio investigativo già raccolto". Le due donne erano già state fermate, il 26 aprile dello scorso anno, nell'ambito dell'operazione “All Inside” della Dda di Reggio Calabria che aveva portato in carcere unaquarantina di persone con la conseguente disarticolazione della potente cosca. Ad Angela Ferraro e' contestato, in particolare, di aver svolto il ruolo di collegamento tra il marito Salvatore Pesce, e gli altri membri del clan detenuti: il fratello e il figlio. Marina Pesce è accusata di avere svolto un ruolo di collegamento e trasferimento di comunicazioni e ordini tra il padre Salvatore e il fratello Francesco, entrambi detenuti e gli altri associati. La ragazza è altresì accusata di avere svolto il ruolo di intermediaria circa le specifiche disposizioni date da dal padre e dal fratello sui i destinatari e le modalità delle attività estorsive, nonché per avere partecipato all'attivita' di intestazione fittizia di beni e reimpiego dei capitali illeciti del gruppo criminale. Il fermo dell'aprile 2010 delle due donne venne però annullato dal gip di Milano che ritenne insussistente le esigenze cautelari. Il provvedimento dello scorso anno aveva riguardato anche Giuseppina Pesce che nel mese di ottobre successivo ha avviato la sua collaborazione con i magistrati della Dda di Reggio Calabria. Le dichiarazioni della giovane hanno portato significativi risultati investigativi, consentendo l'emissione di ulteriori provvedimenti coercitivi nei confronti di altri affiliati alla cosca Pesce, tra i quali anche gli stretti congiunti della ragazza. La collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce - evidenziano i carabinieri di Reggio Calabria -, sin dall'inizio, “ha innanzitutto riconosciuto le proprie responsabilita', ammettendo di aver effettivamente svolto il ruolo d'intermediaria tra il padre detenuto e gli altri sodali, circa disposizioni e direttive relative alle attività criminali della cosca, oltre ad essersi prestata a intestare fittiziamente attività commerciali, per eludere provvedimenti ablativi dell'autorità giudiziaria”. Poi, fornendo preziosi particolari, “ha ammesso l'esistenza della potente cosca di ndrangheta, operante sul territorio della città di Rosarno, con ramificazioni nel nord del Paese”. E ancora: ha contribuito a ricostruire l'intero organigramma della potente famiglia mafiosa, descrivendo il ruolo di ciascun componente, compresi i suoi stretti congiunti; ha riferito circa le vicende relative alla successione al vertice della cosca. La giovane ha anche aiutato gli investigatori a fare luce su una serie di omicidi riconducibili alla cosca mafiosa, tra cui quello di Annunziata Pesce - secondo quanto riferito dalla collaboratrice - uccisa dallo zio boss Antonino Pesce e dai fratelli Antonino e Rocco, detti “i sardignoli”, a causa di una relazione extraconiugale con un appartenente alle forze dell'ordine. Le due donne arrestate dai carabinieri a Milano sono state tradotte a Reggio Calabria, dove nei prossimi giorni verrà celebrata l'udienza preliminare che le vede imputate insieme ad altri 74 affiliati alla cosca Pesce, nell'ambito del procedimenti “All Inside”, per i quali la Dda reggina ha chiesto il rinvio a giudizio.

 

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