Lunedì, 19 Ottobre 2026

Parisi Serafino VescovoLamezia Terme, 13 settembre 2023 - Studentesse e studenti carissimi, anche quest’anno, come quello passato, voglio essere con voi al suono della prima campanella del nuovo ciclo di studi.

Rispetto allo scorso anno c’è una novità: non scrivo, infatti, a studentesse e studenti dal volto sconosciuto, ma – dopo i vari incontri vissuti insieme nelle vostre scuole o nelle stesse parrocchie – sento di rivolgermi a persone amiche. Proprio così! Perché l’amicizia, per definizione, non pretende alcunché, vive per se stessa e basta a se stessa.

Vengo a voi, dunque, nel segno dell’amicizia che considero, lo sottolineo, un’amicizia vera e non virtuale. Questa sottolineatura non vuole introdurre una paternale – né vuole sottintendere una chiusura nei confronti di tutte le risorse tecnologiche che, di per sé, lanciano una provocazione per un uso ormai indispensabile, quanto ragionevole, intelligente e creativo – ma solo vuole far riflettere su alcuni rischi insiti nella pratica – a volte eccessiva – di rifugiarsi nel labirinto della rete: penso al rischio dell’oblomovismo la cui deriva è quella dell’anaffettività emotiva che impedisce di guardare in faccia la realtà concreta, spesso osservata e filtrata attraverso la freddezza di uno schermo; penso al rischio di una forma di alienazione, o di distrazione, oppure di sottrazione dalla storia che impedisce di affrontare l’esistenza e di sviluppare relazioni vere; penso a quello di una dipendenza che non consente di percepire la collocazione in una “rete” (così era detta quella letale e ossessiva della tragedia greca!) che avviluppa in un groviglio di apparenze e finzioni eternamente riproposte, come in modalità loop (che si può tradurre “cappio” oppure “ciclo continuo”), da un gioco di specchi che, restituendo solo l’immagine del singolo, vorrebbe nascondere la solitudine e l’inganno.

Ecco perché, al chiudersi dell’estate, preferisco immaginarvi luminosi di sole e di luce, quella dei vostri sorrisi e della vostra voglia di vivere. La scuola va incontro alla vostra luce, all’energia che sprizzate e alla vostra curiosità portando con sé la missione, non il dovere, di fare di voi persone libere e critiche, in grado di scegliere autonomamente, senza piegarsi alla volontà di alcun tiranno. Non importa che questi si nasconda dietro lo schermo del vostro cellulare, in fondo a una bottiglia di alcolici, nella punta di una siringa. Sempre di tiranno si tratta e la scuola ingaggia, per conto vostro (ma non senza di voi), una lotta contro di lui. Certo, quando noi sentiamo la parola “tiranno” o “padrone” subito ci allarmiamo poiché veniamo da un passato di oppressione, i cui effetti si sentono ancora oggi. Allora d’istinto, affermiamo o ribadiamo la nostra libertà: “noi siamo liberi”. Ma lo siamo realmente oppure viviamo nell’illusione di esserlo? Non possiamo negare che su di noi incombono varie insidie e ipoteche, per non dire “poteri” di diverso tipo che ci ingannano con un gioco subdolo. A tale proposito pongo un solo interrogativo: quali saranno i risvolti del metaverso o quelli della cosiddetta intelligenza artificiale, “profilati” e catalogati come siamo da insensibili algoritmi che foraggiano una mera ricostruzione/rappresentazione dell’uomo, anziché la sua complessa visione integrale? In questo campo – sembra di poter dire – il nostro avversario (il nemico della nostra libertà, della nostra realizzazione, del nostro bene) non presentandosi come un concorrente, un rivale, un antagonista, ma – insinuandosi nella nostra vita sotto le mentite spoglie di un alleato – finisce di essere trattato come un “amico” che, di fatto, è contro noi stessi.

A fronte di ciò, la scuola sa che, ancor prima di indicarvi i percorsi di ogni disciplina, deve fare altro per conto vostro: deve far nascere quello spirito critico e deve fornire quei criteri interpretativi della realtà affinché dalla ragazza e dal ragazzo che ha davanti emerga l’uomo o la donna che si intravvedono già, con il loro volto più bello, con le capacità naturali che ciascuno di loro già possiede e custodisce. La scuola sa di non essere chiamata a “produrre” cercatori di sensazioni o di ebrezze, ma a offrire una “visione”, che potrebbe essere indicata, durante il tragitto in una foresta impervia, da una sosta su uno spazio rado dove recuperare il respiro, rifocillarsi, scoprire parole di senso e accogliere la luce – tra un sussurro di brezza leggera e il luccichio del sole attraverso le verdi fronde degli alberi – per riprendere il cammino dando orientamento all’esistenza attraversando boschi e ponti e oltrepassando i disagi e le oscurità del vissuto.
Se questo sa la scuola, ciascuno di voi dovrebbe, però, anche sapere cosa gli compete personalmente, impegnando volontà e responsabilità. Ciascuno di voi dovrebbe ricordare che, come un prisma di cristallo, è chiamato a catturare e far splendere ogni occasione di apprendimento che la vita a scuola gli offrirà. Catturare luce e dare luce. Sempre. Non penso solo alla nozione puntuale che ciascuno potrà cogliere a lezione, ma anche a tutto ciò che nelle relazioni quotidiane, nella convivenza con compagni e docenti si potrà palesare come occasione di scoperta, riflessione, confronto, analisi e sintesi di conoscenza. Tutto questo è propedeutico al grande apprendimento che porta poi a un “saper essere” e a un “saper fare” consapevolmente. Questo è l’obiettivo da centrare.
A tale proposito riporto una citazione profonda ed eloquente, pur nella sua paradossale formulazione ossimorica, relativa all’utilità dell’inutile: «Se qualcuno dovesse chiedere a me, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: “prima di tutto, solo cose inutili, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita”. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose» (Agnes Heller).

Ricordo che, da ragazzo, ogni volta che si rompeva a casa qualcosa, veniva aggiustato da un artigiano che nulla sapeva di quanto era scritto nei libri che io dovevo studiare ma che prodigiosamente per me, allora imberbe, aveva nelle mani la soluzione al problema. Mi chiedevo allora a cosa mi servisse passare ore ed ore sui libri se poi davanti ad un rubinetto rotto non mi restava che attendere che si formasse un lago sul pavimento. Non so cosa pensasse l’artigiano di me, chino sui libri. Oggi so che le due cose sono compatibili: studiare per saper fare, per trovare soluzioni, risposte a situazioni complesse e articolate che possono partire dalla minaccia di un innocuo laghetto sul pavimento e arrivare alla ricerca di un farmaco o di una norma che cambiano la vita all’umanità.
Auguro a tutti di essere prismi lucenti. “Prisma” sia la password di questo nuovo anno scolastico. A tutto avrete accesso. Nulla si chiuderà. Si apriranno invece inediti orizzonti.
A voi tutti, ai vostri docenti e alle vostre famiglie auguro buon lavoro!

*Vescovo della Diocesi di Lamezia Terme

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