Venerdì, 03 Luglio 2026

Carnovale Antonio2Lamezia Terme, 1 ottobre 2016 - Il nostro Paese, ed in particolar modo la nostra città, è caratterizzato da tante fragilità in molti ambiti e, storicamente, fatica a prendere coscienza di problemi che, invece di affrontare e risolvere, tende a rimuovere. Soltanto nell'ultimo trentennio l’Italia è stata colpita da circa trenta terremoti di magnitudo pari o superiore a 5, alcuni dei quali hanno avuto il devastante effetto a tutti noto.

Nonostante ciò, troppo poco è stato fatto per avviare, organizzativamente ed economicamente, le indispensabili attività d’informazione ed educazione della popolazione piuttosto che di prevenzione del rischio e di messa in sicurezza di territorio ed edifici.Dopo il cordoglio e l’emergenza, i lutti e gli impegni solenni, si è dimenticato il problema, sperando, forse inconsciamente, di non dover più essere costretti ad affrontare tali cataclismi. Tale approccio non riguarda soltanto le emergenze connesse alle catastrofi di origine naturale; allo stesso modo la nostra comunità ignora puntualmente una serie di questioni che riemergono, neanche fossero inedite, in queste tragiche occasioni: qualità dei progetti e delle costruzioni, controllo sulle modalità di esecuzione dei lavori, modalità di identificazione degli interventi prioritari di messa in sicurezza, trasparenza nel conferimento di appalti e incarichi professionali, censimento delle condizioni degli edifici, libretto del fabbricato. Al netto dell’enorme dolore per il sisma che ha colpito le quattro regioni dell’Italia centrale, del rispetto verso le vittime, della contabilità dei danni, dello straordinario lavoro svolto dai volontari e dell’ormai, purtroppo, impeccabile macchina della Protezione Civile, anche in quest’occasione sono scattate, puntuali e inevitabili, le polemiche di rito e la caccia ai colpevoli con un evidente desiderio d’identificare dei capri espiatori ai quali addossare la responsabilità del disastro. Questo, come al solito, è accaduto evitando di compiere una seria riflessione sulle nostre deficienze, su ciò che abbiamo sbagliato, come comunità e come singoli, nel gestire la normalità che ha preceduto la catastrofe.Ciò deriva certamente dal fatto che, in tali occasioni, l’emozione inevitabilmente ci travolge ma probabilmente anche a causa della difficoltà, o dell’incapacità, di comprendere le proprie fragilità e di capire come affrontarle. Questo tipo di approccio fa sì che in più o meno tutte le tragedie che negli ultimi decenni hanno devastato il nostro Paese, dopo aver contato i morti e stimato i danni economici, ci si chieda, per qualche tempo, cosa dovrà esser fatto affinché tutto questo non si ripeta.Poi restano il cordoglio e le buone intenzioni, oltre agli enormi problemi di chi ha perso tutto; per gli altri la vita riprende, ovviamente, quasi come se nulla fosse accaduto. Politici e giornalisti, cattedratici e tecnici, polemisti di professione e cittadini comuni tornano alle loro occupazioni con l’auspicio che alla prossima occasione qualcosa cambi.Ma, purtroppo, le cose non cambiano; e quando fortunatamente cambiano, lo fanno in misura minima e lenta. E se troppo poco cambia è anche perché noi, tutti quanti, come individui e come collettività, fatichiamo a dotarci di un progetto chiaro e condiviso rispetto a ciò che potrebbe e dovrebbe essere il nostro Paese.Perché, non affrontando le nostrefragilità, non ci mettiamo nelle condizioni di definire quali politiche adottare per trasformare le nostre città in modo che, tra le altre cose, queste immani tragedie producano meno dolore e meno danni.Così, quando non esistono priorità non si capisce quali interventi finanziare e come farlo, non si decide quali sono i modi e i tempi di miglioramento della tenuta sismica di un fabbricato o della messa in sicurezza dello stesso, non si definisce una scansione temporale entro la quale determinati edifici pubblici debbono essere resi antisismici, come tutelare il patrimonio dei beni culturali, le abitazioni, le infrastrutture... Se non si progetta la mappatura e la conoscenza di un territorio, inteso non soltanto come elemento fisico ma quale insieme di relazioni e di attività, non sarà mai possibile pensare a come trasformarlo; questo nella consapevolezza che il rischio zero non esiste e che, comunque, qualsiasi processo di questo tipo richiederà, al di là di ogni dichiarazione ottimistica o demagogica, decenni di lavoro serio, condiviso e continuato. E l’unico modo serio per ridurre i danni in occasione del prossimo evento catastrofico è quello di dotarsi di una strategia complessiva di trasformazione del Paese e del suo patrimonio edilizio valorizzando le grandi risorse, umane, professionali e tecniche che, nonostante tutto, abbiamo in grande quantità. In tale ottica il programma Casa Italia di Renzo Piano: “Interventi su 10 milioni di abitazioni con diagnostica avanzata e cantieri leggeri”, sembra essere un importante segnale di consapevolezza e di concreta attenzione verso la definizione di una gestione strategica e coordinata di tali interventi; l’auspicio è che tali impegni trovino concreta e rapida attuazione all’interno di una nuova visione, diversa e consapevole, del Paese che metta, finalmente, la qualità del progetto al centro di ogni scelta. In una regione che manda indietro i soldi della comunità europea per mancanza di progettazione e progettualità, in cui si parla di realizzare il ponte sullo stretto quando poi mancano le infrastrutture per poterci arrivare senza grandi affanni, in cui il patrimonio abitativo, in buona percentuale, è stato realizzato abusivamente (tanto ancora ci sarebbe da aggiungere), noi professionisti siamo pronti a dare il nostro contributo; chiediamo pertanto all'Amministrazione Comunale l'istituzione di un tavolo tecnico permanente per affrontare con serietà e senza ritardi ulteriori una questione che pesa, da decenni ormai,  sulle nostre teste come una spada di Damocle, pronta a librarsi....


Antonio Carnovale*
Architetto
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