Venerdì, 03 Luglio 2026

Ara Pianopoli tavoloPianopoli, 10 maggio 2014 - Si può scegliere di non essere succubi di una dipendenza: le Testimonianze Ara: Perché proibire? Imparare a conoscere per essere consapevoli e lontani dalle dipendenze. Questo è stato il filo conduttore dell’incontro che si è tenuto oggi a Pianopoli, nella sala convegni dell’Hotel 2000, organizzato dall’Associazione di volontariato Ara che impegnata nella prevenzione delle dipendenze.

Un incontro a tratti emozionante, come ha sottolineato lo stesso sindaco Gianluca Cuda, che ha parlato dell’importanza delle associazioni sul territorio e del loro lavoro, perché le dipendenze sono tante e sempre più subdole, come la ludopatia che sta distruggendo molte famiglie negli ultimi anni. Ha ringraziato tutti gli operatori che con coraggio aiutano le famiglie e le persone con disagio. All’incontro anche il presidente del concorso nazionale “Vini del Mediterraneo”, Vincenzo Sirianni, che ha voluto sottolineare l’importanza di questa iniziativa proprio perché improntata sulla conoscenza per abituarsi ad essere consapevoli. “Non c’è contrasto tra presiedere un concorso di vini e lottare per prevenire l’alcolismo, anzi, sapere cosa e quanto si deve bere aiuta a conoscere i propri limiti e ad essere consapevoli nel bere”. “Raggiungere più persone possibile e far conoscere le conseguenze di una dipendenza, qualsiasi essa sia, è il nostro obiettivo”. Cosi ha esordito il nuovo presidente dell’Ara, Nadia Donato: “Ci chiediamo spesso a cosa serve proibire e trattare il tema delle dipendenze come se fossero da nascondere o una sciagura della quale vergognarsi? Da quanto ci hanno fatto capire coloro che operano giornalmente sul territorio e affrontano i veri e gravi problemi della dipendenza, serve quasi a nulla. Ecco perché noi ci impegniamo ad essere un mezzo attraverso il quale siano prodotti dei materiarli e realizzate delle iniziative a favore della prevenzione. Il nostro lavoro è a disposizione delle altre associazioni che vorranno collaborare ed usufruire il più possibile dei nostri mezzi per raggiungere i giovani, le famiglie, gli anziani e tutti coloro che vivono il disagio di una dipendenza. Puntiamo a fare un percorso che porti alla tutela della salute attraverso il mangiare e il bere consapevole. Quello che mi farebbe felice è se da oggi i miei colleghi giornalisti e gli organi d’informazione riservassero uno spazio al sociale e a queste iniziative realizzate esclusivamente per poter raggiungere più cittadini possibile.” A portare un esempio di cosa può essere il “male” di una dipendenza è stata la dottoressa Antonella Nesticò, psicologa perfezionata in psicologia Oncologica, operatore del trattamento del tabagismo componente della SITAB (Società Italiana di Tabaccologia), Responsabile del "FREEDOM CENTER" Ambulatorio Privato per il trattamento del Tabagismo di Catanzaro, socio dell' Agenzia Nazionale della Prevenzione (ANP). Parlando di tabagismo la Nesticò ha sottolineato :”Quante volte coloro che smettono di fumare grazie al nostro intervento, mi dicono si sentirsi liberi, rinati a nuova vita. Riescono a sentire gli odori, a pensare meglio, a non essere confusionari, a non avere sempre la tosse. Hanno un miglioramento totale della qualità della loro vita. Per non dire poi – ha evidenziato ancora la psicologa – di coloro che affetti da malattie serie come quelle cardiovascolari o tumorali, riescono a scongiurare il peggio”. La specialista ha spiegato alcuni dei percorsi che si posso intraprendere per venire fuori dal problema anche affidandosi a nuove tecnologie e pensando sempre di più alla tutela della salute. E’ intervenuto per un saluto l’editore di I-TV, canale 199 di Catanzaro, per lanciare un appello ai suoi colleghi editori affinchè gli organi di informazione diano spazio a queste iniziative e a tutto ciò che riguarda il sociale, perché si possa essere anche come organi d’informazione educativi e di supporto a chi lavora sul territorio. Appello raccolto da Francesco Grandinetti, editore di City One e da Massimo Marcuri direttore generale della stessa tv. Presente, inoltre, all’incontro anche la comunità Fandango da molti anni impegnata sul territorio nel recupero di soggetti tossico dipendenti. La dottoressa Angela Falvo e il dottor Antonio Reggio, hanno accompagnato 4 dei loro ospiti a dare una testimonianza, spiegando anche quale difficoltà queste persone affrontano nel parlare in pubblico e quanto a loro faccia bene, invece, questo confronto, che li aiuta a superare degli scogli enormi. Le testimonianze che abbiamo ascoltato hanno messo in evidenza come sia per l’alcol che per le droghe tutti pensano di smettere quando vogliono e si ripetono di continuo questa bugia. Si incomincia per un disagio familiare o sociale, si prosegue perché trovi gli “amici” che hanno i tuoi stessi bisogni, si sta insieme raccontandosi delle bugie e vivendo in un mondo parallelo, fatto solo dello ”sballo” da marjuana, alcol e altre droghe. Il passaggio dall’uno all’altro è semplicissimo. “ Si raccontano bugie per fare in modo che i familiari non si accorgano di nulla, ma poi non si può più nascondere niente”. Dice un giovane che sta disintossicandosi dalla cocaina. “Ho iniziato con lo spinello, poi non bastava più e sono passato alla coca. Ho raccontato tante bugie fino a quando non ne ho potuto più. Mia madre non voleva mandarmi in comunità perché sono di una buona famiglia e lei si vergognava, ma da solo non sono riuscito a venirne fuori e sono dovuto ricorrere alla Fandango. Mia madre ha capito ed ora anche la mia famiglia va dallo psicologo per sapere come fare con me quando staro meglio”. Poi c’è una mamma di 4 figli che l’alcol ha portato alla disperazione:” Ha dare lo spunto ai miei problemi è stata la depressione. Ho conosciuto l’alcol quando la depressione mi teneva per giorni a letto, con questo nuovo metodo riuscivo ad alzarmi e ad affrontare la vita. Poi i miei figli trovavano le bottiglie nella maniche dei giubbotti, negli stivali e nei cassetti. Ero ridotta malissimo fino a quando da sola non ho capito che dovevo farmi aiutare. Prima dicevo solo bugie a me stessa e agli altri”. Daniele, invece, è figlio di un alcolizzato: ”Mio padre beveva ed io assistevo a le sue ubriacature. Ho incominciato a fumare ad otto anni e pian pian non sentivo più gli odori, avevo il fiatone e stavo andando verso la deriva. Poi ho incontrato l’alcol a 14 anni e come mio padre vivevo in un mondo di favole ed ero violento. Ho avuto anche problemi con la giustizia, ho distrutto la mia vita e le famiglie che tentavo di crearmi ogni tanto per sentirmi normale. Il percorso è proseguito con la droga. Dopo avere fatto 4 anni di carcere sono andato in comunità ed ora sono a Fandango per venir fuori dai problemi”. Un giovane che viene da Catania racconta con fatica la sua esperienza ma si sente che vuole farcela, vuole dire cosa gli è successo perché altri non ripetano gli errori. ”Mi sono sposato due volte ma non è mai andata bene bene perché io non sono stato in grado di rimanere fuori dalla droga. Ho incominciato per divertimento da piccolo pensando di potere smettere quando volevo ed invece sono caduto in un vortice. Non è vero che si può smettere quando si vuole e non è vero che si può riuscire da soli”. Nota importante per sottolineare la serenità con la quale si affrontano anche le difficolta è stata la chiusura dell’evento, che si è concluso con il ”Vino” Analcolico offerto con dessert dal hotel 2000, preparato per l’occasione da un’azienda di Serrastretta e dal signor Giuseppe Scalise, che ha dato modo ai presenti di degustare e apprezzare il Mostino Bianco. (Nella foto, il tavolo dei relatori con al centro Nadia Donato)

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