Lamezia Terme, 18 maggio 2017 - Riceviamo e pubblichiamo. Circa sette milioni di donne hanno subito nella loro vita violenza fisica, psicologica o sessuale. Le statistiche dicono che la maggior parte delle violenze si è consumata tra le mura domestiche, da parte di padri o mariti. Le stesse statistiche dicono che una piccolissima percentuale di esse ha trovato il coraggio di denunciare e che spesso dopo averlo fatto, hanno tentato di ritirare la denuncia per paura di ripercussioni o sotto minaccia.
Per questo motivo, una donna che ha subito violenza, non può ritirare la sua denuncia. È il principio della querela irrevocabile, inserita con il decreto sul femminicidio insieme a pene più severe. È una misura messa in atto per tentare di arginare i sempre più numerosi atti di violenza che colpiscono le donne e che non di rado si concludono in tragici epiloghi. Gli aggressori non sempre si dimostrano tali, spesso, vengono definiti come uomini tranquilli, di bell’aspetto e gentili. Per questo le violenze si protraggono mesi ed anche anni, nel silenzio assoluto finché la donna non trova il coraggio di denunciare. E’ terribile, sbagliato, crudele, ma succede.
Un consigliere comunale della città di Lamezia Terme è stato condannato ad un anno e quattro mesi per violenza e maltrattamento in ambienti familiari. Vessazione fisiche, aggressioni, percosse, violenza psicologica che sarebbero durate per oltre un anno e mezzo fino a quando la moglie non ha deciso di denunciarlo.
Atti inqualificabili e riprovevoli che dimostrano e svelano la natura del carattere violento, se ve ne fosse bisogno, di chi professa una ideologia che assume come pratica fondamentale l’uso sistematico della violenza. Se solo non fosse che il consigliere in questione sia chiamato nell’amministrazione della vita pubblica potremmo dire che si tratti di fatti appartenenti alla sua vita privata. Ma esiste davvero una distinzione tra l’agire privato o pubblico quando si mette in atto una condotta sessista e violenta? Possono le donne, le madri, le mogli, le amiche, le sorelle di questa città e del paese intero accettare che tale brutale violenza si consumi privatamente, in silenzio, senza che venga denunciata e condannata pubblicamente? Possono, le donne e gli uomini di questa comunità, restare in silenzio mentre queste violenze si consumano?
Si può davvero restare in silenzio in un’Italia che assiste al quotidiano massacro delle donne, alla loro umiliazione nell’ambiente familiare e lavorativo, ad una violenza infame ed assurda che ogni giorno soggioga migliaia di donne in un rapporto malato che di amore non ha proprio nulla? Può un uomo picchiare, offendere, umiliare una donna e non dover dare conto di questo? Può non assumersi, privatamente e pubblicamente, le responsabilità del suo comportamento?
È persino peggiore delle aggressioni, persino più infamante delle percosse, sminuire la violenza, giustificarla nell’ottica di un passato difficile.
Non esistono scuse, non esistono giustificazioni. Un uomo che picchia, aggredisce ed umilia non è uomo. Inquietante è il silenzio dell’intero consiglio comunale in merito a questa vicenda, un silenzio che svela la grande ipocrisia che si consuma nelle parole che si esprimono solo in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Non esistono porzioni di competenza in cui una condotta sbagliata possa ritenersi differentemente. Non esistono alibi, li inventano solo gli uomini violenti per giustificare l’ingiustificabile. Non si tratta di un valore di legge, ma della morale dell’individuo che non va incontro a nessuna prescrizione. Il rispetto per la vita non ha scadenze.
Usb-Federazione Provinciale di Catanzaro
Collettivo Autonomo Altra Lamezia
Rifondazione Comunista
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