Lamezia Terme, 28 luglio 2020 - Il Tribunale di Catanzaro, Sezione Misure di Prevenzione, confiscò 14 anni fa una villa di proprietà di due coniugi lametini, Francesco Giampà e Giovanna Monteleone, del valore stimato di oltre 250 mila euro, ritenendola in realtà riconducibile al figlio dei due, Vincenzo Giampà detto Enzo, coinvolto in talune operazioni condotte dalla Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, ed all'esito delle quali fu condannato per associazione mafiosa ed altri gravi reati.
Tale immobile, dopo la conferma della confisca pronunciata dalla Corte di Cassazione nel 2009, è stato acquisito al patrimonio dello Stato ed è stato amministrato dall'Agenzia Nazionale dei beni confiscati alla criminalità organizzata, che lo aveva nel frattempo assegnato al Comune di Lamezia Terme per la realizzazione di un laboratorio musicale e di un centro di aggregamento per i giovani. Con tanto di finanziamenti pubblici e di lavori di conversione dell’immobile.Nel 2017 i coniugi Giampà Monteleone, assistiti dall’avvocato Aldo Ferraro, fecero ricorso al Tribunale di Catanzaro eccependo, innanzitutto, che entrambi non furono mai messi nelle condizioni di partecipare al procedimento di prevenzione che portò alla confisca del loro immobile, il che li legittimava a proporre detta istanza di revoca.Nel merito, documentarono analiticamente tutte le disponibilità economiche acquisite nel corso degli anni, mai considerate prima d’ora, producendo altresì gli esiti di indagini difensive da cui emergeva che erano stati proprio loro ad occuparsi della edificazione di esso, dalla scelta dei materiali al sostenimento delle spese, come dimostrato dal fatto che Giampà Francesco è stato processato per il reato di abuso edilizio proprio in relazione alla edificazione di quella villa. Il che dimostrava che tale immobile era di loro proprietà ed era nella loro disponibilità, e non del figlio Giampà Vincenzo.
Il Tribunale, dopo oltre un anno dalla discussione dell'istanza difensiva, ha però rigettato tale richiesta di revoca, ritenendo che la reale disponibilità di quell'immobile era riferibile al figlio dei proprietari, Giampà Vincenzo, ritenuto persona socialmente pericolosa, e che vi era sproporzione tra i redditi dei ricorrenti e le risorse necessarie a costruire quell’immobile.I ricorrenti non si sono però dati per vinti: tale provvedimento è stato infatti impugnato dall’avvocato Aldo Ferraro davanti alla Corte di Appello che, in totale accoglimento delle deduzioni difensive, ha oggi revocato quel provvedimento di confisca adottato il 19/12/2006, disponendo la sua immediata restituzione agli aventi diritto Giampà Francesco e Monteleone Giovanna.
I Giudici di Appello hanno infatti dato atto che il difensore ha dimostrato che il figlio dei ricorrenti aveva trasferito la sua residenza in altro immobile sin dal 1995, che il suolo su cui era stata costruita la villa in questione era pervenuto a Monteleone Giovanna per donazione, che i calcoli reddituali elaborati dall’autorità proponente era errati perché non tenevano conto di tutte le entrate percepite negli anni dai coniugi e dall’altro figlio con loro convivente, che i costi di costruzione e di condono erano stati sopportati dai due ricorrenti ed erano compatibili con le loro disponibilità economiche, e che i lavori di costruzione di esso erano avvenuti “in economia” da Giampà Francesco (di professione carpentiere) con l'aiuto di suoi conoscenti le cui dichiarazioni sono state raccolte con indagini difensive.Dopo 14 anni può allora dirsi definitivamente conclusa l’odissea giudiziaria vissuta da Giampà Francesco e da Monteleone Giovanna, che si sono visti finalmente riconosciuti la legittimità e la piena titolarità del loro immobile.
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