Mercoledì, 25 Novembre 2020

Isabella FioreLamezia Terme, 12 dicembre 2015 -  Il bel libro di Antonio  Cannone (Gli Intrusi-Fascino mortale Ed. Città del Sole), letto con l'attenzione necessaria, è uno strumento utile per capire il ruolo dei mezzi di comunicazione nella formazione dell'uomo, inteso nella sua più totale duttilità: dall'uomo ambizioso, arrivista e cinico  agli uomini/massa silenziosa (o meglio zittita) che Cannone  definisce Intrusi,o, al massimo, destinataria di un'opera di acculturamento acritico.

Ma é veramente immaginabile utilizzare i mezzi di comunicazione per aspirare a diventare immortali attraverso la conquista del potere e l'asservimento dei propri simili? Se lo chiedono in tanti: se lo chiede, oggi, il filosofo Remo Bodei, come se lo chiedeva Leopardi quando si poneva il problema se, in un tempo dominato dalla mediocrità, vi fosse ancora  spazio per un ideale alto come quello della gloria”. Il docente di Storia della filosofia presso l’Università di Pisa Remo Bodei, affrontando il tema della distinzione del concetto di gloria da quello di celebrità, precisa come gli eroi gloriosi del mondo antico, la cui memoria si tramanda per  secoli, abbiano ceduto il passo ad uomini celebri e  “la celebrità è qualcosa che nasce recentemente, con  la nascita dei mezzi di comunicazione di massa. E’ una fama effimera, che passa velocemente”. La democrazia, per Bodei, ha rappresentato l’apertura di una falla: “in passato la gente si accontentava della propria posizione sociale, erano pochi coloro che emergevano. Oggi, al contrario, si è aperta la possibilità di aspirare a qualcosa in più ma, la maggior parte della gente, non riesce a realizzare i propri sogni, le proprie ambizioni. Ciò genera una grande frustrazione sociale e la politica spesso si riduce a una sorta di arte consolatoria. Il famoso quarto d’ora di celebrità è un tentativo di soddisfare il bisogno di riconoscimento di molti”. Mentre Cesare, Napoleone, Cartesio o Giordano Bruno sono e resteranno eterni gloriosi, “gli eroi del nostro tempo, sono quelli del tempo libero, del gossip, dei social. Sono inflazionati e hanno una breve durata. Paiono vicini, famigliari e consentono ai più di vivere di luce riflessa. Sono celebri perché vi sono gruppi che li idolatrano, seppure temporaneamente”. Un fenomeno che non deve essere irriso, bensì indagato e compreso: “la gente, per lo più composta da persone che non conosceranno mai alcuna fama e il cui nome sarà presto dimenticato, assume calciatori, attori ed ereditiere come propri ideali perché la società nel suo complesso non offre obiettivi più nobili”. Radio e televisione prima e Internet poi, hanno rotto la barriera tra “esterno e interno. Il mondo in forma di immagini e simulacri oltrepassa la soglia delle nostre case. Come la politica, che si è fatta domestica. Addomesticata. La casa è una serra in cui la politica drogata cresce veloce: i politici di oggi non valgono per i loro programmi ma perché sono di bell’aspetto, perché parlano bene…”. La crisi e il conseguente impoverimento priva i più dei mezzi necessari per elevarsi, occorre quindi “accontentarsi di vite immaginarie, proiettate su altri”. L’idea di maturare e innalzare se stessi è desueta, consumare è la parola chiave dell’oggi. “A essere mutato - prosegue Bodei - è il bisogno di riconoscimento. Non esiste più l’aspirazione all’immortalità che dominava gli antichi, bensì il desiderio di essere presenti, visibili, nella società. E ciò è indice di debolezza: chi ha una personalità forte, autonoma, non ha bisogno di legittimazione. Le nostre sono pertanto società deboli. Viviamo vite precarie. Ci orientiamo male”. E allora qual è il pericolo che corriamo? “Uno dei pericoli più concreti che corre la democrazia, dove dovrebbe dominare la maturità dei cittadini,  è che si cerchino uomini forti, in grado di dettare, con la suggestione o la violenza, valori stabili.
E, nell'alveo di questa catastrofica prospettiva, si colloca il senso del libro di Antonio Cannone: il rischio di una moderna  Armageddon in cui un tremendo virus si insinua nei corpi degli strumenti tecnologici, presenti in tutte le case,  per seminare, attraverso la logica disumana e sprezzante del dominio,  morte e provocare una catastrofe biblica.
Un fine educatore come Mario Lodi rispondendo, nel 1989, alle sollecitazioni di Danilo Dolci riguardo alla stesura di una bozza di manifesto sul tema "ALL'EDUCATORE CHE È IN OGNUNO AL MONDO così si esprime "...La logica del profitto e del dominio genera  guerra, violenza e porta all'autodistruzione della civiltà umana. La speranza della salvezza è nella rifondazione della vita sociale su rapporti di solidarietà e di pace, cominciando dai bambini". E a questo proposito, da educatore e da insegnante esprimo una grande preoccupazione: che i bambini nella scuola  di oggi possano nutrirsi di quel veleno che si insinua in loro a partire da quel "vuoto" che sperimentano , già prima di andare a scuola, già prima di assorbire ore e ore di televisione laddove le relazioni tra i vari membri della famiglia sono connotate da assenza di comunicazione e da rapporti distorti. Ma che dire poi di una scuola riversata sull'uso delle tecnologie che hanno prodotto e continuano a produrre bambini e ragazzi digitali ma che hanno perso, o stanno perdendo, ogni contatto con lo strumento della parola e con la civiltà del dialogo. È stucchevole assistere alla lezione frontale dell'insegnante che parla per ore e ore mettendosi al riparo dall'esercizio dell'ascolto. E non capita spesso, anzi quasi mai, di trovare aule, dalle scuole primarie a quelle superiori, con una predisposizione dei banchi idonea a favorire la collaborazione attraverso strategie di apprendimento cooperativo.  L'educazione non può prescindere dalla comunicazione. il processo di conoscenza è sociale, coinvolge relazioni dialogiche, non è possibile conoscere da soli. Non può non spaventare nel mondo la mancanza di comunicazione che viene spesso sostituita dalla trasmissione di cosiddetti "comunicati" che vengono ricevuti in forma passiva o quasi passiva da milioni di uomini. E come quel virus devastante che, nel racconto di Antonio Cannone, trasforma, la scoperta in un'arma di devastazione, allo stesso modo la non socializzazione della conoscenza, in una società complessa, diventa un'arma per l'egemonia culturale dei poteri forti.
E ciò che rimane della civiltà della parola e del dialogo è un'eco sbiadita  di sguardi infastiditi per una navigazione interrotta sul proprio tablet anche solo per rispondere al saluto di un conoscente che arriva o di un parente che parte. Rispetto a questo tema, Antonio non ci gira intorno  e fa dire ad un suo personaggio nel diciassettesimo capitolo "L'amore vince" : " quanto è bello poter uscire e respirare aria pulita; guardare il sole, il mare e pensare a non impigrire mentalmente davanti ai computer che sono, per carità, strumenti di grande rilevanza, ma con l'uso che se ne fa attraverso questi cosi, questi- come si chiamano?- social network , si finisce per svilirne le potenzialità". Conclude con la speranza che in futuro la gente ripensi all'uso di questi strumenti e non si faccia ipnotizzare. E come tutti sanno l'ipnosi nasconde la verità e non la svela. Il fisico Giuliano Toraldo di Francia, alla fine degli anni 80 affermava: "... Per millenni al fatto comunicativo é stata associata una dimensione etica, che impone di comunicare la verità. "Comunicare" il falso è rompere il patto per cui si conviene che certi simboli, verbali e non , significhino certe cose. ...Il potere economico e politico, ma perfino il potere culturale, sono arrivati a servirsi sistematicamente del falso per raggiungere i loro scopi. La menzogna, naturalmente c'è sempre stata; ma mai come oggi ha avuto a disposizione mezzi di diffusione così potenti e mostruosi. E agli occhi di molti è proprio questa potenza che la rende legittima.
I bambini vengono abituati a recepire valanghe di messaggi allettanti ma falsi e non sanno più riconoscere il volto della verità. È necessario che genitori, educatori, scuole, ma anche e soprattutto i mezzi di diffusione educhino alla ricerca della verità".
Il libro l'ho apprezzato per la scioltezza della narrazione nonostante contenuti non semplici, a volte necessariamente tecnici o di impatto fantastico, ma ciò non ha indebolito l'interesse di un  lettore come me  di 63 anni che è riuscito a tenere deste le palpebre  fino all'epilogo, fino a quando, come afferma l'autore, si realizza la riconquista, da parte degli "INTRUSI", del tempo perduto, cioè la presa di coscienza di essere parte integrante di quella società tradita dalle continue e a volte perfide scoperte tecnologiche, dalle malefatte dei governanti e dall'arroganza del potere economico. Una presa di coscienza, a mio giudizio,  che non restituisce soltanto dignità al presente, ma orienta di nuovo lo sguardo verso il futuro, in un momento problematico della società contemporanea: quello cioè della rinuncia a pro-gettare il futuro, schiacciati su di un presente che non si riesce neanche a vivere pienamente e consapevolmente, perché voracemente inghiottito da una velocità fine a se stessa. In una pubblicazione intitolata Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero (2008), Bauman raffigura il tempo della modernità come un insieme di punti frammentati tra loro, che cioè non compongono una direzione futura ma vanno vissuti momento per momento, in una dimensione dell’ “adesso” che non consente progetti, desideri, sogni da realizzare ma “occasioni” da consumare velocemente e avidamente, secondo una logica che non motiva a costruire futuro ma a godere dell’effimera possibilità del momento, vivendo nella dimensione del momentaneo come forma di protezione dall’angoscia di una vita priva di prospettive. La defuturizzazione è figlia della cultura dell’effimero e le vittime privilegiate  sono soprattutto i giovani a cui invece dovrebbe appartenere – direi quasi costitutivamente – la dimensione del futuro. I giovani sono il futuro: il loro futuro personale ma anche quello della società cui appartengono e che deve poter e saper riprogettarsi insieme a loro e attraverso di loro. Oggi, di fronte a posizioni unilateralmente dirigistiche nel nostro Paese, che spingono le masse all'esclusivo esercizio della delega, esprimo tutta la mia preoccupazione, perché l'idea di  progettare il futuro della scuola (ad esempio) e quello dei giovani in generale senza il loro diretto coinvolgimento, in nome e per conto dell'ideologia del "fare", è un esproprio di ciò che appartiene solo e soltanto a loro.
Antonio! Io Ti  voglio ringraziare per il bel libro che hai scritto e per l'opportunità che la lettura del tuo libro mi ha dato di indagare me stesso e il mondo che mi sta intorno, soprattutto i bambini che svolazzano inconsapevoli in questo vortice di incertezze e che affidano a maestri d'epoca, come me, il compito di parlare di giocattoli ormai introvabili costruiti con l'ascia e con la pialla. E a questo proposito, e concludo, mi pare idoneo richiamare un passaggio di una riflessione pedagogica del piacentino Daniele Novara,  esperto di educazione alla pace: " Mi preoccupa di più che il bambino passi il tempo prevalentemente con giochi banali e ripetitivi  che non il fatto che giochi con soldatini o armi finte. Mi preoccupa maggiormente che segua tre ore e più al giorno la TV, piuttosto del sapere che guarda scene di violenza. Educare alla pace non è strappare il gioco bellico dalle  mani del bambino, quanto offrire alternative alla passività e alla subordinazione malinconica".

Fiore Isabella
Insegnante

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